giovedì 9 febbraio 2012

Sara Ferrari. All Around Design

di DANIELA BETTONI

Due amiche si incontrano a Brescia, si conoscono da meno di un anno, ma è come se si conoscessero da sempre,  e parlano di tutto.
(Conversazione in studio fra Sara Ferrari e Daniela Bettoni. Brescia, 15 dicembre 2011)


Arrivo all’appuntamento un giovedì mattina, fuori fa abbastanza freddo. Lo studio è una ex officina di un tranquillo quartiere a nord ovest di Brescia. Non c'è campanello, solo una gigante porta scorrevole in vetro e ferro battuto in perfetto stile industriale.  All'interno l'ambiente è caldo e accogliente, la stufa è accesa e i Beirut creano un piacevole sottofondo musicale. Ad attendermi sul tavolo caffè americano e brioches. Dopo un breve giro panoramico siedo su una delle seggioline da scuola recuperate non so dove da Sara e penso che le condizioni per una buona intervista ci siano tutte!

D.B. E' un po’ di tempo che io e te progettavamo questa intervista..innanzitutto vorrei parlare della maggior parte degli oggetti che hai progettato finora, tutte serie limitate, come il calendario da frigo, il bracciale XCIX_Y, la Dining Agenda, tutti accomunati dal fattore tempo, quasi fosse un bisogno..

S.F. Non sei la prima che mi fa notare questo comune denominatore fra i miei progetti. Ti dirò che io non ci avevo mai fatto caso. Sono molto affascinata dal tempo e dalla sua immaterialità, e probabilmente, in modo indiretto, questo mio interesse si esprime in quello che faccio. Del resto il tempo siamo noi, ci accompagna sempre, com'era? C'è più tempo che vita?

D.B. Ora invece a cosa stai lavorando?

S.F. Uno specchio e un orologio da parete (visto che si parla di tempo), una sedia e poi un divano per un' azienda brianzola; in più mi occupo della direzione artistica per un’azienda di tappeti, bresciana ma con produzione in India.

D.B. Dopo una fase di "auto-produzione" ti stai dedicando al design di prodotto e al confronto con l'azienda!

S.F. Ci sto provando! L’ autoproduzione è stata il mio buongiorno al mondo del design e adesso bisogna passare all’invito a pranzo. E’ stato l’inizio di un percorso che mi è servito da racconto alle aziende, per mostrare loro il mio modo di lavorare. E’ molto difficile condividere il proprio approccio progettuale senza avere nulla in produzione…

D.B. Cosa ti ha lasciato Londra nei quattro anni di esperienza che hai passato là? E cosa ti offre invece l’Italia, visto che hai deciso di tornare?

S.F. Londra è stata soprattutto un'esperienza di vita, che inevitabilmente si ripercuote anche nel modo in cui progetto. Vivere all'estero mi ha insegnato a vedere le cose in modo diverso, in generale. Lavorativamente parlando ho imparato a dare molta importanza alla creazione di un concetto che non per forza sia finalizzato alla produzione industriale.
E’ più un cercare di capire cosa sarebbe bello progettare e in che modo, e il punto di partenza è sempre molto profondo e libero rispetto a quello che mi hanno insegnato a scuola qui in Italia, perché non è condizionato dai vincoli che un’azienda ti può dare. Questo può portare alla realizzazione di un pezzo unico per una galleria d'arte o essere auto-prodotto in serie limitata, per esempio.
Nei paesi dove l’industria fondamentalmente non esiste, c’è molta più libertà progettuale, e la progettazione è più legata alla sperimentazione ed è accompagnata da un' analisi che parte da molto lontano: dal comportamento umano. Basta guardare i progetti della Design Academy di Eindhoven per rendersene conto. Lì ti insegnano ad osservare l’essere umano di per sé, come animale, per poi arrivare ai suoi bisogni e al come si relaziona con gli oggetti che usa e che gli servono. E’ un design pensato e con un senso, ma che spesso, arrivato ad un certo punto, si ferma e non va oltre. Sia in Olanda che in Inghilterra succede troppe volte che le idee si fermino ad un punto e non vadano oltre. Credo più per un motivo pratico che per altro, per l’assenza di manifattura, probabilmente. Sarebbe bellissimo che questo modo di pensare potesse essere industrializzato, invece.
Io vorrei riuscire a unire l’approccio “più libero” imparato all’estero, al modo di progettare italiano che è molto, forse troppo, legato all’industria, e che a volte porta alla realizzazione di progetti poco interessanti e un po’ troppo “industriali” o di puro esercizio estetico, fine a se stesso.
Penso che la ricerca debba assolutamente esistere nel lavoro del designer ma debba far parte di un processo più completo, finalizzato ad arrivare ad un prodotto, altrimenti si parla d’arte, o altro, secondo me.

D.B. Ho scoperto alla Fiera Ambiente a Francoforte la grande capacità d’impresa delle aziende italiane, molte delle quali bresciane, se pensiamo a Bialetti, Flos, Zani&Zani, secondo te ce ne rendiamo conto?

S.F. Se non osservi “da fuori” no, non te ne rendi conto! E’ assurdo! Io ho riconosciuto la professionalità delle aziende italiane soprattutto vivendo all’estero.
Ma è un po’ come tutte le cose in cui si è immersi, quando vivi nella tua città natale, ad esempio, dai tutto per scontato e non riesci ad osservare quello che ti circonda con la dedita distanza.
Stare all’estero per 4 anni mi è servito a rivalutare tante cose e ad accorgermi di altre; mi ha aiutato ad acquisire una capacità di osservazione molto diversa da quella che avevo prima, in tutto, non solo nel mondo del lavoro.
Nonostante io sia tornata in Italia, cerco sempre di vedermi più che a Brescia, in un luogo che sia la mia base, un punto di riferimento, con una visione però sempre verso l’esterno.
Ho scelto Brescia per ragioni lavorative e ovviamente per la mia famiglia, però mi impegno sempre a vivere la città con la dedita distanza, perché è questa distanza che ti permette di vedere le cose nel modo giusto.
Sto sempre molto attenta a non farmi travolgere dall’abitudine, è essenziale tenere la giusta distanza da ogni cosa. E così succede con le aziende. Vivendo qui, per me era normale che ce ne fossero tante ma allo stesso tempo non mi rendevo conto di quello che avevo a disposizione come designer.

D.B. Se non sbaglio “La giusta distanza” è anche il titolo di uno dei libri che vorresti scrivere.
Qual' era il secondo?

S.F. “Gente assopita”.

D.B. E di cosa parlano?

S.F. Con “La giusta distanza” intendo proprio il rendersi conto delle cose, la consapevolezza, il saper leggere e osservare nel modo giusto senza dare nulla per scontato. E’ come la prima volta che vai in un luogo e ti accorgi che è completamente diverso da quando ci vivi da tanti anni, perché ad un certo punto si smette di guardare e si vede soltanto, no? invece quando arrivi per la prima volta osservi con più attenzione, perché è tutto nuovo e non l’hai mai visto.

D.B. C’è gente che già quando arriva non lo fa, non pensare che tutti facciano questa analisi.

S.F. non è facile, soprattutto con la propria città. Temo l’abitudine, in generale nella vita, sia l’abitudine visiva che quella fatta di esperienze. Non sopporto l’idea di vivere in modo passivo senza accorgersi di quello che si ha attorno, no?! Qualsiasi tipo di realtà ti limita quando ne sei troppo coinvolto. E si rischia di perdere molte occasioni. "Gente assopita" è un pò il risultato della non consapevolezza.

D.B. Una cosa bella del tuo metodo è che non è confinato dentro orari di lavoro. Hai la mente talmente abituata a cogliere e mettere insieme le cose, a osservare e immagazzinare, che ti viene naturale. Raccontami il tuo metodo progettuale, come procedi?

S.F.  Non ha senso guardare i libri di design per prendere ispirazione.
Quando a Londra avevo gli attimi di "blocco progettuale" mi dicevo: “Basta, prendo e vado a farmi un giro, a fare qualsiasi cosa e dimenticando di essere alla ricerca d' ispirazione.” E poi alla fine la trovi, magari da qualcosa che non c’entra niente e che però ti fa venire in mente qualcos’altro e da lì poi nasce tutto, no?!
Se ho un metodo progettuale? Quasi, non è ancora ben definito, ma sto cercando di svilupparlo pian piano. La prima fase consiste nella definizione di un concept, la parte più divertente ma anche la più difficile. Poi c’è la fase in cui si deve “tridimensionalizzare” l’idea, che io descrivo come la traduzione letterale del concept in disegno, un disegno che però è molto lontano da quello che sarà poi l’oggetto finale.
Da lì, poi, inizia la fase di definizione dell’estetica dell’oggetto, una fase dove, secondo me, c’è chi si ferma troppo presto.

D.B. Disegni a mano o lavori al computer?

S.F.  All’inizio disegno, sì, è inevitabile, insisto sempre molto anche con Giulia, la ragazza che mi da una mano qui in studio, che inizialmente si rifiutava di schizzare, non era abituata.

D.B. Quindi tu hai sempre mantenuto un legame con la penna?!

S.F.  Per forza! Disegnando ti accorgi subito di cosa funziona e cosa no.
Noi facciamo tantissimi schizzi che rappresentano diversi modi di dare forma all’idea iniziale, dopodiché li riguardiamo e facciamo degli asterischi su quelli che riteniamo siano degni di ulteriore sviluppo.
E’ un modo che mi sono imposta per darmi dei paletti, e guidarmi verso una direzione piuttosto che un’altra.
A volte mi obbligo anche ad avere delle scadenze, proprio con i clienti (altrimenti è facile imbrogliare); quando sono sotto pressione produco un sacco di idee, mi concentro di più. Sarà l’ adrenalina! E’ bello e mi serve sempre.

D.B. E come avviene la presentazione all’azienda?

S.F. Dipende dall’azienda. Con il cliente con cui sto sviluppando il divano, ad esempio, il realizzare un rendering particolarmente realistico non è stato necessario.
L’idea era chiara e abbiamo lavorato insieme direttamente sui prototipi.

D.B. Cos’è un rendering?

S.F. Un rendering è il disegno 3D di un’idea, solitamente ambientata in un contesto. Io sono un po’ anti-rendering troppo realistici, primo perché è difficilissimo farli, secondo perché la realtà alla fine è sempre diversa. Poi dipende cosa stai “renderizzando” e per chi. E’ il mezzo che permette di avvicinarti il più possibile alla realtà, ma non è indispensabile.
C’è chi progetta lavorando esclusivamente all'estetica, lì il rendering è indispensabile; io invece lo uso come mezzo per far capire le mie idee, ma esistono anche altri modi.
Per il divano ad esempio, come ti accennavo prima, non volendo mostrare all'azienda
un' immagine troppo definita del prodotto, ho lavorato a disegni in 3D per spiegare l'idea di base del progetto. Il rendering vero e proprio non è mai servito, abbiamo lavorato direttamente sui prototipi, definendo insieme dettagli come i materiali, i colori e tutte le varie finiture. E' un'azienda che basa la propria filosofia sull'utilizzo di materiali naturali al 100%, quindi la scelta dei tessuti, ad esempio, era fondamentale che avvenisse toccandoli con mano.

D.B. Si può anche saltare la fase del rendering?

S.F. Si, dipende appunto sia dal tipo di rapporto che si ha con l’azienda, che da quello a cui si sta lavorando.
Se devo disegnare un tappeto, per esempio, non ha senso fare un rendering, dato che fondamentalmente si tratta di una grafica, ha più senso lavorare in 2D. Magari non so, per una sedia, avrebbe più senso avere una visualizzazione tridimensionale, forse, ma non è detto.

D.B. Secondo te la gente sa chi è e cosa fa un designer?

S.F. Io faccio fatica a spiegare cosa faccio. Già non so dirlo in italiano, se dico che faccio la Product Designer, la gente mi guarda storto, o perché non sa cosa vuol dire o perché suona un po’ troppo altezzoso. Allora spesso dico: "guardatevi intorno, ogni oggetto che vi circonda è stato disegnato da qualcuno...io faccio quello, disegno cose".

D.B. Noi diciamo “disegno industriale”, ma la parola “design” non ha una esatta traduzione in italiano. Il termine ha sempre bisogno di un suffisso: “design di prodotto”, “design industriale”, “design di nicchia”, oppure si parla spesso di ”oggetto di design”..

S.F. Sì, è perché in realtà non significa altro che disegno, quindi di per sé non vuol dire molto.
All’estero è ancora più specifico: c'è il Furniture Designer che progetta i mobili, il Lighting Designer che progetta le lampade, il Product Designer che progetta prettamente oggettistica, e poi il Graphic Designer, l' Interaction Designer, il Fashion Designer e così via.
In Italia il termine design ha un significato un po’ contorto purtroppo.
Anzi, secondo me il suffisso “di design” ha acquisito troppi significati diversi, creando molta confusione.
E’ come se “di design” significasse “di nicchia”, fastidioso, non credi?
Invece all’estero questo termine non esiste, perché “to design” significa semplicemente disegnare, come sarebbe il nostro progettare, e vale sia che si stia disegnando un cacciavite sia che si stia disegnando una sedia o una lampada o qualsiasi altra cosa.

D.B. Oggi il panorama è più articolato e tocca varie forme di comunicazione, dal food al web, dal graphic al fashion, dal textile al gioiello. I designer creano più processi che prodotti e non sempre rispondono a richieste industriali precise.

S.F. In realtà è anche una fortuna, visto che di solo prodotto è difficile vivere. Quindi, come l’architetto può disegnare una casa o uno spremiagrumi, anzi, dal cucchiaio alla città, anche il designer può rivestire più ruoli.
E' proprio la progettualità che va a spalmarsi su diversi campi.
Il linguaggio utilizzato dev’essere coerente in ogni fase e aspetto di un prodotto, quindi un designer DEVE essere in grado di rivestire più ruoli.
Bisogna saper capire come un oggetto va presentato, come curarne l’immagine pubblicitaria, il packaging, le fotografie dei cataloghi, il sito internet. Una buona fetta del progetto è fatta di immagine e comunicazione. Anche il contesto è importantissimo. Se metti l’oggetto in un supermercato o in una galleria d’arte, l'importanza e il significato che quell'oggetto acquisisce è ovviamente molto diversa.

D.B. Di recente sei stata anche a Berlino, presso la fiera del Qubique, ad un convengo il cui tema era: “Does the world need another chair?”
Che risposta avresti dato tu?

S.F. E’ difficile! Si è parlato molto di come, stranamente, l’icona di sedia fosse quella da un dollaro, la classica sedia da giardino, bianca, di plastica, che trovi sia in Pakistan fuori dai bar più improbabili che in un giardino del New Jersey, o a qualsiasi latitudine e in qualsiasi paese. E ci si chiedeva perché l’ immaginario comune di sedia fosse così brutto e costasse così poco. Voglio pensare che sia possibile disegnare una sedia progettata con senso e con una buona estetica, vendibile ad un prezzo accessibile. E’ possibile che una sedia di Costant Gcic possa diventare la nuova icona? Al momento non credo, perché costa ancora troppo.
Può darsi che quella da un dollaro sia diventata un’icona perché costa poco, e fa il suo dovere, e quindi hanno preso tutti quella?
Questo però non significa che sia una buona sedia.

D.B. La ricerca ha un costo e si paga, forse dovremmo spostare lo sguardo alle sedie con un valore in termini di progetto.

S.F. Quella della ricerca è un po’ una scusa perché spesso il designer fa ricerca da sé, anche se per altri, quindi non so quante aziende stiano ancora investendo in ricerca. Spesso è a carico del designer. Se si parla però dello sviluppo di nuovi processi produttivi o l'utilizzo di materiali nuovi, allora sì, la presenza dell'azienda è essenziale.

D.B. E qua arriva la domanda, cosa ti sta sulle palle?

S.F. Quello che ti dicevo prima, che il design sia diventato di nicchia, e che il termine “di design” in Italia significa più caro e non per forza ben pensato e che funzioni bene. Se mia mamma volesse comprare un divano nuovo, non penserebbe a B&B Italia, Cassina o Zanotta, ma a realtà come Divani & Divani o Poltrone e Sofà, perché?

D.B. Parlando invece di “Food design”, è uscito recentemente il libro “Cavolo che design”, progetto editoriale in cui sono raccolte ricette di verdure pensate dai designer, fra cui anche la tua ricetta Insalata Magenta. Cosa pensi del rapporto fra cibo e design?

S.F. Mi viene in mente la pasta e la sua industrializzazione, prima c’era la pasta fresca che tu compravi dal fornaio o al pastificio. La conchiglia, la pasta industriale ideata dalla Barilla, ha vinto il compasso d’oro agli ignoti. E' bello cercare di capire cosa succede al sugo quando incontra la pasta. E in questo caso la conchiglia ha proprio senso, no? E’ stata pensata per raccogliere il sugo, geniale, no?
Ogni tipo di pasta è pensato per essere cucinato con determinati ingredienti, c’è la pasta  dove il sugo deve scivolare e quella invece dove il sugo deve essere trattenuto.
Le “ricette dei designer" invece sono un'altra cosa. Può venirti in mente
una ricetta che hai sperimentato o che spesso ti piace fare, ma non è mai una tua ricetta.
Perché il designer non è un cuoco, quindi lasciamo fare ai cuochi i cuochi e ai designer i designer.
Il bello di questo libro è che si riesce a vedere come i designer abbiano un approccio speciale e diverso, con ogni cosa e quindi anche con il cibo. Il designer tiene conto della presentazione, del modo di relazionarsi al cibo, e anche del suo aspetto.

D.B. Raccontami la tua ricetta, perché hai scelto la barbabietola?

S.F. Quando mi hanno chiesto di proporre una mia ricetta, ho pensato che sarebbe stato bello poterci accompagnare un' esperienza.
E' per questo che ho scelto la barbabietola. La trovo una verdura particolarmente divertente, e poi ha un colore fantastico.
Quando a Londra mi trovavo a cena con gli amici e ci mettevamo ad affettare le barbabietole, si finiva sempre per giocare ai finti assassini!

D.B. Succedono cose strane..

S.F. Ha un colore così intenso che sembra sangue, e finito di tagliarla hai le dita rossissime.
E poi ci sono sempre i racconti divertenti di chi, al mattino, dopo una serata a base di barbabietola, fa la pipì rosso magenta e si preoccupa di avere qualcosa di grave.
Secondo me durante una cena fra amici non bisogna solo pensare a cosa mangiare, ma anche a quello che viene prima e quello che viene dopo.

D.B. E la ricetta?

S.F. La ricetta è nel libro, eh eh.

D.B. Sai cosa ho notato sfogliando questo libro? mi hanno colpito molto le forme degli ortaggi scelti, l’asparago, la zucca, il cavolo con le punte...

S.F. Una volta il mio amico Paul mi ha detto una cosa, che ho archiviato preziosamente fra le mie perle di saggezza:
“Nature is pretty good with colours”...e ha ragione! Pensa alle sfumature verdi del cavolo, ai colori dei fiori, non c'è mai un abbinamento sbagliato.

D.B. Noto solo ora il vaso fatto con vasetti di yogurt recuperati. Come si chiama?

S.F. Si chiama YCs e sta per Yogurt Cups

D.B. Sei un po’ ossessionata da numeri, lettere e acronimi!

S.F. Sì, in realtà poi scopro sempre che sono un po’ un casino da pronunciare. Mi piacerebbe diventasse il mio modo di dare il nome alle cose, e sarebbe bello se in futuro fosse una caratteristica riconoscibile.
E’ un modo semplice ed efficace, ma che nasconde sempre un significato.

D.B. Come per il set di bracciali XCIX_Y (ninty-nine years) o il nome dello specchio, so che non si può dire, ma me lo puoi almeno raccontare un po’ ?

S.F. Si chiama AYL e sta per “As You Like”. Ti posso dire che non ho voluto toccare la superficie specchiante, magica di per sé, e ho ragionato invece sul modo in cui solitamente ci rapportiamo con questo oggetto, un oggetto che alla fine guardiamo solo e non tocchiamo mai.

D.B. Descrivit in tre parole?

S.F. Umile ma decisa, a volte forse troppo buona.
Seria ma sciocca al punto giusto, credo che nella vita ci voglia sempre un po’ di stupidità per alleggerire tutto, è come un cercare di rimanere sempre un po’ bambini, ma senza dimenticarsi di essere cresciuti :-)


 














Sara Ferrari
Classe 1981, dopo gli studi al Machina Lonati Fashion and Design Institute di Brescia, si trasferisce a Londra dove fonda nel 2009 Sara Ferrari Design. Il suo lavoro è presto riconosciuto in ambito internazionale: la sedia in cartone “PAD” riceve una menzione speciale al concorso "Playing Design" dedicato al mondo dell'infanzia e viene esposta al Museo d'Arte Contemporanea di Lissone, al Fuori Salone di Milano e alla Mostra Internazionale dell'Arredamento di Monza, la “Dining Agenda” viene selezionata dal Designboom Mart durante la fiera ICFF di NY, mentre il bracciale “XCIX_Y” é giunto alla Peel Gallery in Texas. Nel 2009 il progetto “Stone Leaf” riceve una menzione speciale dalla giuria del concorso Zanotta - Cristalplant Design Contest mentre  "The fridge calendar" é presente in importanti gallerie di design a Toronto, Boston, Melburne, Londra, Stoccolma, Milano e Brescia.
Da poco rientrata in Italia Sara collabora con diverse aziende allo sviluppo di nuovi progetti, sia come designer che come direttore artistico.




lastampa.it BLOG Culturanatura di Fortunato D'Amico
 

venerdì 3 febbraio 2012

Green Leaf. In Bangladesh città giardino senza emissioni di carbonio

Integrare il territorio urbano all'agricoltura risolverà il problema alimentare

FORTUNATO D'AMICO
 

La forestizzazione della città è diventata un’esigenzia sempre più urgente del 21° secolo, a causa dei costi dell’alimentazione prodotta in aree lontane dai luoghi di consumo. 
La crisi del petrolio influirà sui costi dei generi alimentari perchè inevitabilmente legati a quelli del trasporto.
Secondo gli esperti internazionali il problema alimentare potrà essere risolto solo se si adottano politiche per integrare il territorio urbano all’agricoltura. E’ forse per questo che in tutto il mondo sono ormai innumerevoli i progetti di green architecture orientati ad ospitare coltivazioni alimentari all’interno dell’ambiente urbano e ad organizzare gli orti negli spazi domestici. La filosofia del "verde utile", applicata alla costruzione della città non solo come decoro urbano ma con funzioni produttive e agricole, è uno degli obiettivi  della pianificazione territoriale ed architettonica  attivata dai developers pubblici e privati di tutto il mondo, in questi ultimi anni in cui la crisi della globalizzazione ha reso evidenti i problemi della produzione alimentare lontana dai centri abitati.
A Dhaka, nel Bangladesh,  si è inaugurato  il cantiere che prevede la costruzione della prima città giardino contemporanea in grado di ospitare oltre 10.000 persone entro il 2015. Ad aggiudicarsi il lavoro sono state tre aziende canadesi, JET Architecture, JCI Architects e Terraplan Landscape Architects.
 “Shobuj Pata” (Green Leaf), questo è il nome del nuovo quartiere, promuove l’edificazione di 2400 unità abitative inserite in uno spazio verde dove non ci saranno le emissioni di carbonio.



mercoledì 1 febbraio 2012

150K ARCHITETTI - Assemblea aperta

Il Movimento “Amate l’Architettura" promuove l’Assemblea aperta
“150K ARCHITETTI”
Mercoledì 8 febbraio 2012 alle ore 17.00
Sala Convegni della Città dell’Altra Economia
Largo Dino Frisullo, Campo Boario (ex Mattatoio) - Roma

Per il recupero della dignità della professione dell’architetto, per l’accesso e la tutela
dei giovani nel mondo della professione, per incarichi pubblici all’insegna della
trasparenza, per una Legge sull’Architettura, per una Cassa previdenziale equa.
Il Movimento invita alla mobilitazione: Professionisti, Associazioni, Enti e Istituzioni, per
invertire una tendenza in atto che vede il declino dell'architetto e di tanti altri liberi
professionisti che, nel processo di trasformazione del territorio, sono indispensabili per
una maggiore qualità dell’architettura nel nostro paese.
L'Assemblea sarà il punto di partenza per altre iniziative che dovranno rispondere con forza
alla totale assenza della politica che ha portato alla deriva e ha emarginato la figura
dell’architetto, relegandolo al ruolo di mero strumento operativo dei propri interessi e della
speculazione.
L'Assemblea punterà ad obiettivi definiti, chiari, e raggiungibili quali:
o presentare proposte concrete e di riforma su: Liberalizzazioni, Ordini professionali,
Legge per l’Architettura, Codice dei contratti, Formazione universitaria, Competenze
professionali, Procedure dei concorsi;
o creare una rete di Professionisti e Associazioni che, nel manifestare il proprio
disagio, possa disporre di un ampio e determinato potere contrattuale in grado di
incidere sulle scelte dei nostri organi di rappresentanza e del mondo politico.
Questo incontro vuole essere un deciso tentativo di riportare all'ordine del giorno il dibattito
sulla crisi della nostra Professione e sull’Architettura, per affrontare, in questo
momento storico, il cambiamento in atto nel mondo del lavoro e per rispondere alla
domanda di rinnovamento che investe l'intera società Italiana.
Parteciperanno i rappresentanti di: Ordini professionali, Consigli Nazionali, Università,
Sindacati, Associazioni di categoria e singoli Professionisti.

www.amatelarchitettura.com

martedì 10 gennaio 2012

Vendetta! Un piatto che si gusta freddo: una mostra da mangiare...ma con attenzione!

dal blog Culturanatura di Fortunato D'Amico
http://www.lastampa.it/culturanatura

Vanni Cuoghi, Davide Oldani, Igor Zanti, intervistati nella primavera del 2011, da Fortunato D'Amico, seduti al tavolo del D'O, il ristorante di Davide Oldani a Cornaredo.



E' finita. Cenoni, pranzi, brindisi e panettoni hanno ancora una volta segnato i festeggiamenti tra Natale e l'Epifania. Quest'anno i menù sono stati sobri, essenziali, a causa della crisi in corso.
Il primo decennio del terzo millennio ha portato una consapevolezza diversa sulle tavole degli italiani, ma anche in quella delle famiglie europee che hanno riscoperto il gusto dell'orto in città o delle piante alimentari coltivate nei vasi in cortile o sui balconi dei condomini. Rassegne dedicate al rapporto tra architettura, agricoltura e alimentazione, hanno riempito gli spazi  delle riviste specializzate, ma anche quelle dei periodici generici e modaioli di solito propensi a presentare il cibo nelle sue forme estetiche, fondamentalmente poco etiche.  Le mostre del settore architettura hanno proposto i nuovi edifici progettati per il futuro imminente; tipologie alte e basse che prevedono soluzioni con l'orto in casa per una cucina ritornata ad accorciare la filiera tra consumo e produzione. Il 2011 ci ha anche regalato una bellissima stagione dell'arte, svolta in particolare negli spazi poco istituzionali, dove l'incognita del nutrimento per tutti in un pianeta sempre più affamato è anche in questo caso salita alla ribalta, forse anche a causa del proclamato Expo 2015, di cui però ancora poco si è parlato, che sarà ospitato a Milano.
E già, perché il tema proposto è "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita"... ed inaspettatamente  si ritorna a parlare di cibo e ambiente. Una vendetta contro le multinazionali dell'alimentazione? Forse. Ma nel passato 2011, sempre a Milano, una curiosa mostra d'arte si è manifestata negli spazi della Galleria Bianconi, all'inizio della primavera, subito  dopo le fitte nebbie invernali ritornate a soggiornare nei freddi inverni della metropoli meneghina.
Tra le tante dedicate al food questa mostra, ha saputo riaprire un dialogo tra momenti di conoscenza differenti, diremmo multidisciplinari, che gravitano attorno al tema dell'alimentazione e della cultura. Lo ha fatto in una maniera simpatica ed un'impostazione di metodo capace di coniugare le visioni di tre esperti: il cuoco Davide Oldani, l'artista Vanni Cuoghi, il critico d'arte Igor Zanti.
”Vendetta! Un piatto che si gusta freddo”è una cena imbandita nella Galleria con 12 pietanze +1, dove l'ingrediente principale è la vendetta. I piatti sono stati progettati dallo stesso Oldani e  dipinti da Vanni Cuoghi con soggetti mitologici e di costume dove gli interpreti invertono i loro ruoli storicizzati: da antagonisti a protagonisti e viceversa. Tra questi Arianna e il Minotauro, il Papa e Catellan, Remo e Romolo, e altri personaggi di acclamata notorietà. I piatti al loro interno ospitano le  materie prime di celebri ricette di Davide Oldani, sospese in una “teca” di gelatina di brodo.
Come scrive il curatore Igor Zanti Igor Zanti, “La scelta di coinvolgere due personalità così differenti, che si muovono in seno a media creativi molto distanti tra loro, è motivata da una riflessione sulla necessità di abbattere le tradizionali barriere tra i linguaggi, necessità che è espressione ultima di una evidente e costante rivoluzione che coinvolge la creatività contemporanea."

Vanni Cuoghi, Davide Oldani, Igor Zanti, intervistati nella primavera del 2011,
da Fortunato D'Amico, seduti al tavolo del D'O, il ristorante di Davide Oldani a Cornaredo.

Fortunato D'Amico:  Il tempo dell'arte è quello della cucina?

Vanni Cuoghi: L’arte contemporanea ha bisogno di più tempo, invece credo che la cucina sia un sistema di accesso immediato.

Igor Zanti: Si, ma come puoi giudicare un disegno e poi confrontarlo con quello di una bambina? In ogni caso si tratta di "raffinare il gusto".

Davide Oldani: Però il gusto ce l’abbiamo tutti, ed è già dentro di noi; nel tempo lo puoi raffinare. Per quanto mi riguarda la cucina è un’arte a termine: una volta che l’hai mangiata è finita. Un quadro se persisti a guardarlo per anni, continui a trovargli nuovi significati.

Vanni Cuoghi:La cucina suscita il ricordo. Per esempio - rivolto a Davide Oldani - venni a mangiare qui  nel tuo ristorante quando ancora non ci conoscevamo e mi è rimasto  un grande ricordo di quella sera, naturalmente legato al cibo ed ai suoi sapori.
Certo, è qualche cosa che ha bisogno di essere rinfrescato; quando assapori una cosa, è vero che è effimera, ma poi il tempo la consolida e la radica nella memoria.

Igor Zanti: Quando mangi delle cose, queste ti riportano delle sensazioni.

Davide Oldani: Si se la cucina è buona... si; poi molte volte ci si nutre e basta e quindi bisogna scindere le due cose. Comunque la cucina è l’unica cosa che ti fa vivere, ti nutre, ti fa formare il corpo, procreare; quindi è una cosa di cui usufruisci oppure la puoi vivere con i ricordi, ma questo ti fa morire, perché muori di fame...ahahah.
Questo quadro invece è un ricordo di cui so di non poter vivere, perche non mi nutre, ma al contrario nutre e stimola l’intelligenza, le sensazioni, le emozioni, tutte quelle cose che non hanno a che fare con la bocca.
 
Fortunato D'Amico: L’arte visiva sollecita i ricordi perché la vedi. L’arte olfattiva sollecita la memoria. La scultura sollecita sia la parte visiva che quella tattile. La musica sollecita l'udito. Tutte queste s’incontrano in un certo punto: quello dove avete cucinato i vostri piatti della vendetta. Possiamo pensare che l’arte sia una serie di percorsi di sensi?

Davide Oldani: Per quello che mi riguarda rimango dell’idea che la mia è un’arte effimera.  Posso fare la stessa cosa e provare in giorni diversi, ma non ho mai lo stesso risultato. Ad esempio: se sono stanco o sto bene percepisco nel mio palato più o meno il gusto salato. Anche lo zucchero ha  gusti o sapori che percepisci in relazione allo stato d’animo; per questo dico che la cucina è un'arte effimera, perché la cipolla caramellata che mangi oggi è forse peggiore di quella di ieri, ma può essere migliore perché magari i ragazzi che cucinano stanno meglio di ieri. Bisogna identificare cosa vuol dire arte. Per quello che mi riguarda avvicinarmi all’arte è sempre stata una cosa davvero strana perché  ho sempre detto:  la mia è arte effimera quindi non è arte ma solo artigianalità; cucinare è una manualità costante che deve essere pronta e sul pezzo quotidianamente.
 
Fortunato D'Amico: Ma allora tra un musicista e te che differenza c’è? Tra uno spartito e i tuoi piatti?

Davide Oldani: Il musicista mi dà sempre le stesse emozioni perché se io ascolto il disco registrato  riascolto la stessa musica senza variazioni. E' così anche  guardando un quadro anche se poi probabilmente le impressioni nel tempo cambiano.
L'avvicinarmi all’arte è stato un episodio casuale; mi sono avvicinato perché mi hanno servito sul piatto di porcellana una cosa "buona".
In questa occasione ho avuto  l’idea di abbinare qualcosa de "La mia cucina Pop" (libro scritto da Oldani) al piatto di giada “Land”, da me progettato con il piano del fondo inclinato per poter raccogliere meglio le minestre. Così ho potuto accompagnare Vanni Cuoghi  in questo progetto; ma se avessi dovuto fare  l’ennesimo cuoco che deve parlare d'arte...

Igor Zanti:Lui (Davide Oldani) non vuole ammetterlo, ma per quanto la cucina sia un arte effimera, ha un atteggiamento artistico di progettualità e costruzione. In fin dei conti anche della performance non rimane nulla: le sue sono performance. L’atteggiamento con cui imposta la ricetta ha una movenza artistica e la divisione tra arte e artigianato è una enunciazione solamente settecentesca approdata con le enciclopedie. La cucina è sempre stata considerata un’arte come lo è la pittura e l’alchimia.
 
Fortunato D'Amico: Vanni: decadute le committenze storiche, nell'epoca moderna fare il pittore è un mestiere quasi sempre da "solitari".
In questo caso, invece, il progetto prevedeva l'interazione con altri linguaggi e scrittori di storie che sollecitano ulteriori sensi, oltre a quello della vista. Un lavoro dove era indispensabile confrontarti e modificare il proprio punto di vista.

Vanni Cuoghi: Nell'arte, si parte sempre da un'idea, ma in corso d’operaricevi suggerimenti e sollecitazioni che ti portano a modificare quello che stai facendo.In un progetto è l'idea che cerco di applicare ma se le sollecitazioni mi propongono degli aggiustamenti di rotta penso sia giusto seguirli. Il lavoro con Davide è nato anche in questo modo.

Fortunato D'Amico: Ma qui il compito del pittore non era facile. Dentro ogni piatto Davide ha messo dei materiali diversi, generi alimentari in gelatine di brodo. Come avete fatto ad integrare i vostri percorsi?

Vanni Cuoghi: Non sapevo cosa Davide mettesse in queste gelatine ma la cosa meravigliosa è che un giorno quando è finita la mostra, sono andato a fare un giro e ho visto queste gelatine e questi materiali sospesi.  Davide ha cominciato a raccontarmi come le aveva create e così ho iniziato a vedere che nel piatto in cui c’era Remo che si vendicava contro Romolo e si assisteva alla nascita di Roma, era stata messo nel brodo di gelatina la puntarella.  Mi sono detto: "incredibile, che sia stato studiato o che sia  finito lì per caso?". E' un'altra storia. Io sono un ricercatore di storie e il lavoro con Davide me ne ha suggerite tante. Credo che il progetto vada inteso così.

Fortunato D'Amico: Se le storie si raccontano ci vuole qualcuno che le ascolti; il cibo si cucina e c'è qualcuno che lo mangia?

Vanni Cuoghi:Io credo che l’artista che dice: "lavoro solo e per me stesso" sia un inganno.
 In realtà l'arte è un linguaggio e nel momento in cui tu parli c’è un emittente ed un ricevente. Poi ci sono delle situazioni in cui le persone fanno delle cose per se stessi.
Fare i quadri per me significa  qualcosa che faccio per me, ma che voglio che vengano visti da altri.

Fortunato D'Amico: Davide: come si cucina un quadro?

Davide Oldani: Non mi piace vedere il cuoco che fa il pittore, artista nelle cose che non gli appartengono. Il progetto era quello di mettere la stagionalità nel piatto, quindi in questi dodici abbiamo messo dentro le stagioni. C’era  ancora un piatto vuoto da riempire, è quello che ho riservato al mio maestro Gualtiero  Marchesi (...la mia vendetta).
La vendetta più brusca è stata quella contro il galateo che consiglia di avanzare qualcosa nel piatto: con l'inclinazione del piatto "Land" che ho progettato è facile raccogliere  con il cucchiaio tutto il brodo della minestra senza avanzarne e senza dover alzare il piatto, gesto assolutamente non accettato dal galateo.Questa parte del mio lavoro la considero la parte artistica.

Fortunato D'Amico: Possiamo dire che è la parte etica?

Davide Oldani: Sull’etica in cucina sto preparando u libro…

Vanni Cuoghi: Però anche la posata che Davide ha progettato è una posata etica, sono tre posate in una, cucchiaio, forchetta e coltello, questo consente di risparmiare sulle stoviglie e sulla lavastoviglie.
D: Faccio tutte queste cose per dare semplicità e non banalità al mio ospite e quindi abbinarmi all’arte, cosa fino ad un anno fa impensata, era proprio fuori dai miei canoni.

Fortunato D'Amico:Sono dodici piatti avete detto, ogni piatto una vendetta, quindi ogni vendetta è associata ad una stagionalità, come avete fatto a trovare questi rapporti?

Igor Zanti:E’ nata prima questa idea della vendetta, poi si è unita quella dei dodici piatti, il cui riferimento è l’ultima cena e il tredicesimo piatto bianco rappresenta la vendetta impossibile ovvero Cristo che non si può vendicare, infatti la vendetta impossibile è il perdono. Per Le dodici vendette abbiamo usato questa presenza storia e religiosa, sei sono Ante Cristo e sei sono Post Cristo.
Abbiamo messo in mostra chiamiamole istallazioni di cibo in cui la gelatina diventa la teca, quindi contestualizza l’elemento cibo dall’essere solo cibo e abbiamo deciso di giocare sulla stagionalità essendo una delle caratteristiche della cucina di Davide, facendola diventare arte: non c’è stata violenza, anche non voluta da parte nostra su Davide, lui ha fatto la sua arte nell’ambito della sua arte nella sua dimensione, con i suoi codici, e non scimmiotta l’arte figurativa, la scultura o altre arti.

Fortunato D'Amico:Il rapporto con la mitologia, Teseo e Arianna, come avete fatto ad inquadrarli stagionalmente?

Igor Zanti: Questa è stata una scelta di Davide di ispirazione sugli ingredienti, abbiamo lavorato su due piani differenti, da una parte la mitologia e il tema storico, dall’altra parte la scelta sulla stagionalità, i quali si sovrappongono.

Davide Oldani:Ecco la parte un po’ meno pensata per quello che mi riguarda è stata il fatto di aver messo i cibi in quel determinato modo nei piatti, perché il mio intento era l’altro che ho spiegato poco fa.
L’abbinamento l’ho accettato perche a me piace molto il surrealismo; ho scoperto Salvator Dalì in cucina, sentendo parlare di questo artista da due miei colleghi. Sono andato al museo, ho comprato i libri e ho capito che persona incredibile fosse; è la crosta dell’io che mi piace, che mangio tutti i giorni che tocco e cucino.

Vanni Cuoghi: Certo c’è da dire come nel surrealismo esisteva questa immagine del cadavere squisito, venivano realizzati  fogli in cui si disegnava un pezzo e un'altra persona continuava il disegno senza vederlo, solo sulla base di due o tre righe; alla fine quando si srotolava il foglio si svelava  l’opera, realizzata a 4, 6, e più mani. Ecco, credo che la nostra collaborazione sia stata impostata in questi termini. Io fatto una cosa legata al mio mondo, lavorando con la maiolica che non ho mai usato prima d’ora; lui ha fatto il suo e alla fine sono nate queste storie.
Ad esempio quella di San Giorgio e il drago dove Davide ha utilizzato una coda di acciuga, ed ho pensato: “che meraviglia, c’è come un filo invisibile che lega tutte le storie creandone altre e dando origine a nuovi, cadaveri squisiti”.

Fortunato D'Amico: Davide, sei stato invitato anche all'ultima Biennale d’Architettura a Venezia. Sei richiestissimo. A che cosa attribuisci il tuo successo?

Davide Oldani: Vivo intensamente questa vita e le cose che mi piacciono.  Ricordo  Gualtiero Marchesi che vent’ anni fa disse a mio padre, il mio primo giorno di lavoro: “questi ragazzi sono come delle spugne che assorbono, assorbono, assorbono e prima o poi cominceranno a rilasciare”. Evidentemente è arrivato il momento in cui sto cominciando a rilasciare tutto quello che ho imparato, non riesco a tenermi dentro niente. Se ho in mente un idea non mi ferma nessuno; in un modo o nell’altro ci devo arrivare: le sedie,  il tavolo, quattro libri, tutto questo l’ho fatto perché ci ho creduto. Probabilmente lo avevo dentro e ora che non dipendo più da gli altri ho potuto fare tutto questo. Mi piace molto osservare. Si cresce  perché si guarda gli altri, i loro comportamenti, i movimenti.
Sto preparando questo libro che interessa l’etica nel mondo della cucina; non è un libro di ricette ma ha come intento di ripristinare i valori che si sono persi. Per innovare è necessari stabilire un legame etico con le proprie radici.

Fortunato D'Amico:Vanni:Come si coniugano estetica ed etica nell'arte?

Vanni Cuoghi: Per fare questo lavoro devi avere un’etica prima nei tuoi confronti; se non sei profondamente innamorato di ciò che fai forse non conviene neanche farlo. Io ho un passato come decoratore un mestiere dove sei indirizzato dalle richieste della committenza. Certo ci mettevi del tuo però molte volte dovevi fare delle cose anche contrarie al tuo modo di intendere. Il motore propulsivo del lavoro dell’artista è che devi essere innamorato, la pittura è un gesto d’amore: se non hai questo tipo di spinta rischi di fare della decorazione o qualcosa che magari può essere gradevole. Puoi essere un grande ingannatore e raccontare agli altri che sei un bravo pittore, ma la storia  svelerà che in realtà stai raccontando una bugia; in termini di etica e pittura questo deve essere il primo passo. Poi credo che un artista debba essere onesto nei confronti delle persone che stanno osservando e godendo della tua opera. Il primo passo è amare quello che fai. Quando sei convinto di questo automaticamente c’è la traslazione, ovvero: nel momento in cui qualcuno sta guardando la tua opera gli stai dando un pezzo di te. Considero davvero i miei quadri i miei bambini, li conosco uno per uno, so dove sono, e so dire misura, formato, titolo e anno, perché sono venuti fuori da me.

Davide Oldani:Quando dici che si può mascherare decorando, lo stesso è per i cuochi che utilizzano la decorazione,  è un po’ un vecchio metodo che ora si sta dissolvendo ma ci sono ancora cuochi che usano i diminutivi in cucina, nelle ricette,e sono tutti quelli falsi, che poi cadono.

Fortunato D'Amico: Sono esteti e non sono etici?

Davide Oldani: No neanche, un esteta vuol dire che premia la parte estetica

Fortunato D'Amico: Senza l’etica però, dovrebbe esserci scritto "ex-etica". Come  processo logico si deve prima passare dall’etica e poi dall’estetica

Davide Oldani: Impari l’etica e poi fai l’estetica; prima la base solida e poi ti metti a decorare qualcosa che però è vero.
La mia diventa estetica perché prima è stata etica: nel mio piatto c’è l’estetica attuale, infatti i piatti li decora la stagione. Se mangiate qui nei piatti di oggi i piatti c’è in due terzi un verde appena chiaro e qualcuno un po’più scuro; perché la primavera mi ricorda fave, piselli, ortiche..tutti alimenti verdi. Se venite qui tra due mesi ci saranno colori più rossi, più arancioni, un verde un po’ più intenso…cambia l’estetica  a seconda di quello che la stagione mi offre; non c’è decorazione ma colore reale.

Vanni Cuoghi: Prima utilizzavi il termine “do”, che sarebbe io do agli altri, e mi è tornata in mente  la facciata della chiesa qui davanti al tuo ristorante.
E’ una chiesa molto antica che si trova sulla via di congiunzione tra Milano e Torino; sulla facciata della sono murate 4 coppelle, quelle 4 ciotole che si chiamano pattere; simboleggiavano i posti in cui si accoglievano i pellegrini che si muovevano lungo questo pezzo della via francigena e si dava loro un pasto caldo e un posto da dormire.

Fortunato D'Amico: La figura del critico dovrebbe avere una funzione diversa di quella adottata da molti dagli anni ottanta a oggi?

Igor Zanti: Basta cambiare il punto di vista, questo è un discorso in generale in senso di critica, secondo me dagli anni ‘80 ad adesso, ma anche dagli anni ‘60 c’è una scuola critica in cui si sono impostati certi linguaggi, in cui c’è sempre stata paura di semplificare, c’è la semplificazione, anche a livello tecnico, basta leggere i testi dei critici degli anni ‘70 che parlavo di un’arte ancora più criptica.
Bisogna cambiare semplicemente il punto di vista, non aver paura di non essere intellettuali, perché talvolta si è più intellettuali quando non si è intellettuali, quando si va alla radice delle cose e non si va sulla costruzione. Davide parlava di decorazione del piatto: certe letture critiche sono la decorazione dei piatti dell’arte, però talvolta non c’è la pietanza. Il piatto, come diceva lui, si decora con gli ingredienti, e qui l’ingrediente è l’arte, non devi usare la fogliolina di menta o il pomodorino a forma di rosa per decorare il piatto, devi usare gli ingredienti che sono nel piatto stesso e quindi basta cambiare il punto di vista, semplicemente.